Cosa succede se le cose non vanno come si è desiderato? Se gli sforzi sono vani? Rischiare e perdere, sentire di aver perso e, come dice Kipling, dover “ricominciare daccapo”. Ma troppo feriti per voler capire cosa è successo, esausti e vuoti. Fallimento. Una parola carica di enormi aspettative, una parola che fa paura, per la quale non si vuole cominciare, non si vuole cambiare, non si vuole credere, non si vuole più amare. Meglio rimanere nel proprio cantuccio e non soffrire. Eppure…che cos’è davvero fallimento?

Il dieci percento

Tante motivazioni mi frenavano prima di accettare e perseguire questo cambiamento e, sopra tutte la paura di sbagliare, di non capire, di non farcela, in pratica di fallire, soffrire e far soffrire le conseguenze della mia scelta. Tutta la mia ricerca era partita da un dato che mi spaventava. Pochi ce la fanno, poche comunità resistono nel tempo. Diana Leafe Christian iniziava il suo testo Creating a life together (Creare una vita insieme) con “Il dieci per cento ce la fa”. Quindi elencava tutte le condizioni favorevoli per una solida nascita: organizzare il gruppo, scegliere e comprare il terreno o gestire una proprietà, che tipo di persona deve essere il fondatore o i fondatori, come reperire fondi, quale struttura economica darsi, come attrarre e integrare nuovi membri, come creare il collante tra i membri, come mantenere limpida la visione comunitaria, come strutturare la governance comunitaria e….molto, molto altro.

Ma cosa capitava al restante novanta percento? Cosa capita se si fallisce? Dopo aver rischiato tanto?

Perché quella parola, fallimento, fa malissimo. Fin da bambini ci è stato insegnato ad evitarla, come qualcosa che non deve toccarci, basta fare tutto giusto, basta impegnarsi a sufficienza. Basta? No. In realtà le variabili sono troppe, dipendono da noi solo in parte e quando un “io” si inserisce in un “noi” non sono più controllabili, nemmeno con la migliore buona volontà.

Non ce la faccio

Decidere di cambiare non è solo trovare la spinta e voltare pagina, sostenendo i dubbi con la fiducia. E’ accogliere la trasformazione. Il “non ce la faccio” spesso arriva proprio all’ultima svolta, come quando si sale una scala, e si sono fatti già tanti gradini ma voltandosi e guardando in basso arriva la vertigine inondando di insicurezza e angoscia. E’ giusto dove sto andando? Eccola la paura del fallimento, con il suo carico di vergogna e di smarrimento.

Una volta dissi a Mark, che mi aiutava con le traduzioni “Se non dovessi farcela, voglio ricordare le parole di Pasolini”. Pier Paolo Pasolini diceva “Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. Si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati”.

Il mio “non ce la faccio” è arrivato all’improvviso. Quanti abbiamo vissuto questa sensazione! E, come sempre, a tutte le mie domande ha risposto la natura. Proprio quando pensavo di non riuscire a capire più nulla, nello smarrimento. Mi inoltrai nel sentiero come un assetato alla ricerca dell’acqua. E quando la trovai restai a guardarla senza davvero osservare.

Gocce

Finché mi sorprese una gocciolina, una particella d’acqua bianca che si muoveva veloce toccando e staccandosi da altre particelle per perdersi nella piccola cascata, poco più in basso. Ne seguì un’altra con lo sguardo e anche lei, con un tragitto diverso, si mescolò alle altre nello stesso turbinio di spruzzi, ormai irriconoscibile.

Il gioco mi incuriosì ed una dopo l’altra, più veloce che potevo, cercavo di seguire il loro percorso prima che terminasse nella cascata. Alcune erano solitarie per diversi tratti, poi si univano ad altre formando una macchia bianca. Da quella macchia se ne staccavano altre, forse c’era quella che seguivo io o forse era un’altra. Altre si staccavano dal gruppo, si univano ad un’altra particella incontrata per caso (per caso?!), insieme percorrevano una parte del viaggio e poi le vedevo dividersi e riunirsi ad altre o continuare in solitaria lo stesso viaggio. Tutte “sapevano” dove stavano andando, non potevano certo opporsi alla corrente. Alcune sfrecciavano e le perdevo di vista, si amalgamavano con altre e non le riconoscevo più. Nessun viaggio era lineare. Le gocce si spostavano senza sosta, a destra, a sinistra, si arenavano, venivano sospinte nuovamente, si staccavano, ripartivano, lentamente, velocemente e tutte, tutte, tutte si ritrovavano lì, mescolate insieme, laddove il mio sguardo non poteva andare, giù, oltre la cascata. Insieme e indistinguibili.

Aspettative

Nina diede voce alla mia stessa domanda “Perché tutta questa aspettativa?

La risposta potrebbe sembrare logica “Ma come? L’impegno, gli sforzi, il rischio!” ma sapevo che non era una risposta, era una difesa. Si fa perché si è voluto farlo, si è creduto di farlo e si è fatto.

Tutto qui.

Che sollievo essere riuscita ad accettare questo! L’ho voluto, ci ho provato, l’ho fatto.

A me non interessava se quella particella si staccava, si univa ad altre, se procedeva tranquilla o a zig zag… mi gustavo il suo viaggio, era bellissimo e unico.

Mi sarebbe piaciuto, dopo un anno di vita in comunità, riuscire a capire cosa si deve e si può fare per evitare il senso del fallimento per essere parte di quel dieci percento che ha successo, per capire come farlo diventare venti, cinquanta, anche di più! E ho capito che è un’aspettativa troppo grande che rischia di paralizzare senza permetterci di cambiare. O peggio, se le cose non vanno come le abbiamo desiderate, nonostante tutto l’impegno, credere di non essere stati capaci.

Successo e Fallimento o successo e fallimento

Ho capito che la natura umana è fatta per cambiare e per fallire. Credo anche: fallire per cambiare. E allora se dobbiamo fallire, sbagliare, ripensarci o anche solo sentirci così per affrontare il cambiamento, perché dovremmo pensare al fallimento come ad una sconfitta? Meglio capire come gestire questa capacità tutta umana di essere fatti così. E accettarla.

Kipling nella sua bellissima poesia “Se” considerava “successo” e “fallimento” degli impostori.

Siamo noi a renderli degli impostori per poi credere alle loro parole!

Sono grata ad entrambi e soprattutto alla vita di comunità, che mi ha insegnato a conoscerli per quello che sono.

Si, un anno di vita in comunità è terminato ma il viaggio continua!!

SE

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
l’hanno persa e danno la colpa a te,
se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.

Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,
o essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,
o essendo odiato, non dare spazio all’odio,
senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;

Se puoi sognare, senza fare dei sogni i tuoi padroni;
se puoi pensare, senza fare dei pensieri il tuo scopo,
se sai incontrarti con il Successo e la Sconfitta
e trattare questi due impostori allo stesso modo.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto

distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui,
o guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
e piegarti a ricostruirle con strumenti usurati.

Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
e rischiarlo in un unico lancio di una monetina,
e perdere, e ricominciare daccapo
senza mai fiatare una parola sulla tua perdita.

Se sai costringere il tuo cuore, nervi, e polsi
a sorreggerti anche quando sono esausti,
e così resistere quando in te non c’è più nulla
tranne la Volontà che dice loro: “Resistete!”

Se riesci a parlare alle folle e conservare la tua virtù,
o passeggiare con i Re, senza perdere il contatto con la gente comune,
se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo.

Se riesci a riempire ogni inesorabile minuto
dando valore a ognuno dei sessanta secondi,
tua è la Terra e tutto ciò che contiene,
e – cosa più importante – sarai un Uomo, figlio mio!

Rudyard Kipling


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