I primi passi prima di una grande scelta: sognare e decidere di seguire un sogno, raccogliere informazioni, leggere, studiare, pianificare. Ascoltare i propri desideri tanto quanto affrontare le proprie paure e poi decidere di realizzare il cambiamento verso uno stile di vita diverso, non ancora sperimentato. Agire! Perché l’unico modo per capire se un sogno possa trasformarsi in realtà è viverlo!

Sognare

Ricordo bene il momento in cui ho pensato per la prima volta alla parola villaggio. Tenevo una bambina di qualche mese in braccio, guardavo fuori dalla finestra l’orto che avevo coltivato pieno di erbacce, la frutta ormai matura caduta, ed io che mi chiedevo quando sarei potuta tornare con le mani nella terra…ma quando finiscono le coliche di una neonata? Quando dormirà una notte intera? Quando mi permetterà di mangiare qualcosa in più delle olive in salamoia?

Sarebbe stato bello avere la casa piena di persone, dormire, mangiare, parlare e vedere l’orto rifiorire.

Per crescere un bambino ci vuole un villaggio

“Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. E’ la famosa frase di Sobonfu Somé una donna del popolo Dagaaba (o Dagara) del Burkina Faso, tratta da “The Gift of Happiness”.

Con mia grande sorpresa (e gioia!) ho ritrovato questa citazione, che è anche un diffuso proverbio africano, in Eurotopia https://www.viverealtrimenti.com/eurotopia/.

All’epoca, quasi sette anni fa, non conoscevo ancora questo famoso testo nato nella comunità tedesca di Sieben Linden, che parla delle Comunità Intenzionali e degli Ecovillaggi. Non conoscevo nemmeno la parola ecovillaggio. Mi ci sono imbattuta per caso, in una libreria. No, nessun caso, in realtà: quella frase di Sobonfu continuava a girarmi per la testa e ha condizionato la mia attenzione.

Il libro che allora avevo trovato era stato appena edito da Terre di Mezzo https://www.terre.it/, scritto da Francesca Guidotti ed elencava diverse realtà di cohousing ed ecovillaggi, facenti parte della rete RIVE https://ecovillaggi.it/ e del GEN https://ecovillage.org/ .

Un nuovo modello di vita?

Pagina dopo pagina si apriva un mondo alternativo al mio. Più autentico? Possibile? Scoprivo un’attrazione fortissima verso un…ideale!! Già. Quanti avranno provato le mie stesse emozioni (nello specifico: pura esaltazione!) nello scoprire l’esistenza di luoghi orientati alla sostenibilità ecologica e relazionale?!

Ma cosa significa essere comunità intenzionali, ovvero come si fa a vivere insieme, senza essere necessariamente parenti?

Primo passo: cercare informazioni!

Oggi questa domanda mi fa sorridere, forse giusto la mia generazione e poche prima se lo sono dovute chiedere, non molto tempo fa per molte persone non era nemmeno una domanda da porsi, la si viveva ogni giorno!

Ma chi nasce in “cattività” (cittadina) come me, deve cominciare dall’ABC.

Mi serviva un manuale pratico. Quale scegliere? Da dove cominciare?

Ed eccomi in biblioteca, alla ricerca di risposte.

I primi testi ad aprirmi la via verso il variegato mondo delle comunità intenzionali, sono stati quelli di Manuel OlivaresComuni, comunità, ecovillaggi” con una bella panoramica sulla storia delle comunità: dalla Magna Grecia ai contemporanei Ecovillaggi, passando attraverso le comunità religiose in fuga dalle persecuzioni in Europa per trovare stabilità nel Nuovo Mondo, i Kibbutz israeliani e le comuni degli anni ’60 (solo per citare alcuni passaggi!).

Lucido, pragmatico e propositivo il testo di Rob HopkinsThe transition companion, making your community more resilient in uncertain times” centrato sulla prospettiva della scarsità delle risorse energetiche sulle quali basiamo l’economia mondiale attuale e la necessità di una transizione verso un’economia che le riduca fortemente. 

p. 37 Grafico realizzato da M. King Hubbert, il primo ad aver coniato l'espressione "the Peak Oil"

Mi sono quindi imbattuta nel testo di Diana Leafe ChristianCreare una vita insieme. Manuale pratico per Ecovillaggi e Comunità. Trasformare il sogno in realtà

Solo scorrendo l’indice provai una sensazione di pericolo.

La parola conflitto compariva più volte, tante volte. Sempre più a disagio iniziai a girare le pagine: “Va bene, vediamo come prosegue”. Senza andare troppo oltre (ero appena all’introduzione) trovai questo titolo: “Il dieci per cento ce la fa”.

Si, era chiarissima, solo un gruppo su dieci, tra tutti quelli che investono energie, tempo, sentimenti, denaro e sogni, rischiando la propria serenità, riusciva a farcela.

Secondo passo: la consapevolezza del 90%

Volevo davvero sapere cosa succede al restante novanta percento? Si, lo volevo. Ho continuato a leggere.

In quel novanta percento si trovano storie di chi, dopo tanto parlare di sogni, non ha trovato modo di concretizzare nulla e il gruppo si è sciolto, come neve al sole.

Uno slalom di ostacoli superati con tenacia e coraggio e poi una variabile non controllabile che manda tutto in fumo.

Piccole crepe in un progetto grandioso che richiede contemporaneamente visione e cura dei dettagli, finché le crepe sbriciolano le strutture e mancano le energie e la voglia di ricostruire, ancora.

Paure, delusioni, amarezze, nuove ferite.

Chi ha perso amicizie, compagni, sicurezze economiche.

Volevo davvero vivere questa esperienza? No! Ho chiuso il libro.

Metterci una pietra sopra? No.

E allora? Come fare? 

Terzo passo: ricerca sul campo

Ho iniziato a studiare, trasformando le mie domande esistenziali in domande antropologiche, dal vissuto pratico e quotidiano di una comunità dalla storia trentennale (Torri!) al linguaggio indagatore e distaccato (in realtà meno di quanto avrei dovuto!) di una ricerca sul campo per la tesi di laurea in antropologia. Il mio relatore mi spingeva a chiarire: cosa volevo capire?

Cercavo di definire il disagio della società postmoderna, da cui nasce quello slancio verso la comunità, ma poi, questa Voglia di comunità (Bauman!!) non è forse, a volte, anche, il desiderio di scappare da una realtà che non si sa affrontare? E questa meravigliosa comunità a cui si aspira quanto è accettata nella sua pragmatica realtà e quanto non sia idealizzata dal desiderio di evitare la propria solitudine, i propri guai, le proprie ferite?

Quanto si vede nella comunità un rifugio e quanto ci si mette in gioco per rendere sostenibili le necessità di tutti? Che significa sostenibilità nella realtà quotidiana e tra le reali possibilità di uno specifico territorio?

E’ possibile trovare un’armonia tra le tensioni del gruppo senza perdere fiducia in se stessi e nell’altro? E’ possibile gestire il conflitto e le sue ferite?

Che significa ri-abitare un luogo, vivere in una realtà completamente nuova, conoscere un nuovo territorio, la sua storia, la sua gente, la sua terra, imparare a coltivarla senza aver mai coltivato prima? E farlo tra lingue diverse e diverse letture della stessa realtà??

Va bene. Mi fermo! (Però, a dirla tutta, ce n’erano ancora!!)

Una cosa l’avevo capita anche solo dai libri: tutto ciò che riguarda ciò che pensa e produce quell’essere chiamato umano è complesso. Molto, molto complesso. Così, se gli riesce bene… è un miracolo! Un “miracolo” di umanità.

Ne vale la pena?

Ancora mi rimaneva una domanda: ne vale la pena? Nessun libro può rispondere, solo l’esperienza di vita di ogni persona.

Fermarsi dopo aver conosciuto Torri Superiore?! Difficile.

Andare avanti con la propria vita, famiglia e lavoro, ignorando tutte le altre domande che affollavano mente e cuore? Difficile.

Si trattava di una scelta. Quella di cogliere l’opportunità, specialmente quando, anche con una buona dose di fortuna (o di destino?) ti si apre davanti. Con le sue difficoltà e possibilità.

E per quanto si ponderi, si pianifichi, si calcoli e ci si proietti nel futuro limitando ogni possibile danno, la scelta richiede un cambiamento, un salto nell’ignoto, una perdita di certezze, dell’alibi dei libri. Una trasformazione.

A volte chiede spiegazioni impossibili da dare, perché non tutto è spiegabile. “L’essenziale è invisibile agli occhi” diceva il Piccolo Principe. E anche lui aveva pianto e fatto piangere.

Ma il cambiamento è seguire un sogno, come è sempre successo nelle grandi e piccole Storie.

E’ rischiare, senza ancora sapere.

E’ un atto di fiducia e di meraviglia mentre si scopre se stessi e l’altro da sé. 

E’…si, è più o meno quello che dice Klaus Meine in “The wind of Change”. 


Francesca

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